momenti.

  
Tengo sempre aperta la porta nei momenti tra uno e l’altro di voi, ché non mi piace chiudermi e voglio sentire i rumori, la vita.  Mi piace esserci mentre il tempo scorre, mentre le cose succedono. E qualche testa fa capolino. Buongiorno dottoressa, mi vede oggi? Ha un attimo per me? E a momenti esco, quando vi affacciate in tanti, quando aspettate. Esco a dirvi che questo non è un santuario e voi non siete in pellegrinaggio a questuare, via, sgomberare. Lo dico ridendo perché non mi piace frustrare. Non mi piace essere frustrata anche se se amo il senso di libertá che deriva dall’esser frustrati giustamente e con affetto, per frustrare peró io ho bisogno di esser moderatamente incazzata altrimenti non ci riesco. E allora rido, per coprir quella brutta voce in falsetto che mi esce. E per coprir anche quel po’ di senso di colpa misto a responsabilità di aver cacciato qualcuno che –comunque e in qualche modo– soffre.  

E uno più malato o più sfrontato degli altri chiede posso entrare lo stesso? e lo lascio sedere lì, mentre arrangio le carte, stia qui con me se ha piacere, io intanto lavoro. Sono i ragazzini, quelli che non sanno mai cosa dire, quelli che mi faccia lei le domande, che preferiscono esserci ma senza che li si guardi. E si perdono nei loro pensieri ma senza sentirsi soli, ogni tanto ci guardiamo e per congedarsi chiedono la mano –un contatto-. Lascio aperto vero? Eccomi che esisto e  sono altro, con la mia porta e con le mie attitudini, così anche loro forse possono diventare altri. 

Una radiolina gracchia qualcosa tipo Vasco e la voce di Carlo canta sopra sommessa, lavorando. Quanta  bellezza in uno di quei rari attimi di pace. Basta un infermiere che canta e un luogo di dolore si trasforma in una villa circondata dal verde e sembra quasi che ci riusciamo a spiccare il volo. 

Un cumulo di carne molle ripiegato dentri se stesso si ravviva solo per congedarsi e sembra una sentinella. Si alza come ad aver conservato tutta l’energia per quel momento, mi stringe la mano e mi ringrazia. Non lo so che cosa sia diventar così tanto sfasciati da svegliarsi la mattina pisciati con negli occhi ancora tutta la vita di prima ma senza riuscire più ad afferrarla. Non la so una corazza di quaranta chili buttata in pochi mesi appresso a un corpo poco più che bambino. Non so come si faccia a difendersi dalle voci martellanti nella testa. Non lo so e non lo accetto. Non lo capisco ma rimango, sentinella anche io di un dolore infido. Ché per esser testimoni non serve capire, basta esserci. 

Grazie dottoressa perché ha avuto il coraggio di venirmi vicino. Grazie perché con me ce l’ha fatta malgrado me. Grazie perché lei mi parla come se fossi normale. Dottoré, a mme la psicoterapia con lei m’ha fatto bbène. Lei è una stronza come tutti gli altri ma almeno è sincera. Grazie per aver rispettato i miei tempi.

A volte forse basta poco. A ben vedere basta qualche scorcio bello a ripagar la fatica di mesi. 

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25 thoughts on “momenti.

  1. Ah, Edp, torno presa da nostalgia su queste pagine e ti trovo nuovamente a scrivere – da qualche tempo, ormai.
    Un po’ come una voce familiare, è bello e inaspettato leggerti ancora.

    • uh, e io che non leggo neanche quasi più i commenti. un giorno dico “riapro” un giorno dico “chiudo tutto”. ma che bello aver qualcuno che va e viene, che torna. Commuove. Grazie.

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